Elogio dei paesaggi complessi (e confusi)

C’è un “terzo spazio”, un luogo simbolico, osservatorio difficile, ma privilegiato, che è un altrove psicologico tra l’origine dei paesaggi e le vicende che hanno generato la loro trasformazione.

Uno scarto, a volte duro, eccessivo, tra le condizioni di partenza – naturali – e le alterazioni – artificiali – tra una condizione di origine, sospesa, del mondo classico, e quella esasperata del mondo moderno. Fino al contemporaneo, prodigo di transiti, espatri, attraversamenti, intersezioni, contaminazioni, eccessi, abusi, illegalità, marginalità, degrado e al contempo di tecnologia, virtualità e di relazioni umane – anche estreme – che attraversano i paesaggi e – spesso – ne determinano la fisionomia.
Il senso di estraneità, di diversa appartenenza, di non perfetta coincidenza tra questi e altri paesaggi, lo “svantaggio” di una partenza difficile, segnata da una “violenza” ed un eccesso di contrasti delle forme naturali, per quanto paradossale, conferisce ai paesaggi calabresi una prospettiva per riflettere sulle possibilità di un cambiamento sempre e solo intravisto, intuito, immaginato.
La complessità di questo insieme di differenze – pure se negativa – può essere una forza e il vero motore di accelerazione del cambiamento.
Sono queste non regole, questi plot, che spesso fanno saltare certezze consolidate.
E di paesaggi complessi (e confusi, o forse anche confusi e per questo complessi), come è facile intendere, di conseguenza dedurre, si tratta nel caso della Calabria.
Venders, e mi sovviene soprattutto il suo “Lisbon Story”, ma anche “Fino alla fine del mondo”, tutti ripresi nel suo “L’atto di vedere”, ci ha insegnato a guardare – e intanto a saper guardare – con continuità la discontinuità, senza staccare mai la presa, senza estraniarsi pur nello straniamento, che la diversità tra un contesto e l’altro provocano inevitabilmente.
Questa lezione insegna che spesso il disagio della non appartenenza, di un contesto rispetto al suo paesaggio di riferimento, genera spaesamento, ma aiuta altresì a capire che un singolo luogo è un piccolissima parte del mondo.
Insomma aiuta ad attenuare – e forse a diluire, stemperandole – le differenze e i contrasti.
“Paradossalmente la Calabria, terra definita arretrata, è attualmente insieme a poche altre regioni, un territorio che rientra perfettamente nel contemporaneo modello di paesaggio complesso. Contrario e affine al tempo stesso a diversi insiemi geografici e politico-economici presenti sul territorio nazionale (pianura Padana, nord-est, regioni metropolitane di Roma e Milano, ecc. – molto più di Puglia e Sicilia).
Le diverse motivazioni, sicuramente locali, hanno disegnato, in special modo nel corso dell’ultimo trentennio, un territorio a più layers incomunicabili tra loro, perché sono venute a mancare le cosiddette connessioni, o condizioni necessarie e sufficienti ad attivare un marchingegno atto a garantire il famigerato sviluppo territoriale. L’incompleto o il non-finito costituiscono il marchio di riconoscimento di questa regione (tanto quanto il precario e il provvisorio).
Una modernità incompleta. Una modernizzazione incompleta. Un paesaggio incompleto. Una città incompleta. Una infrastruttura incompleta. Una scoperta incompleta del proprio patrimonio e della propria storia che rantola sotto uno sguardo accaldato e fugace lanciato dal finestrino di qualche sventurato treno o auto che sia.” (Fabrizia Berlingieri)
Una modernità senza progresso, di cui sprazzi si intravedono a tratti nelle aree in via di più accelerato cambiamento, in una terra che rappresenta un caso di studio, un fenomeno a sè, particolare nel contesto mediterraneo ed europeo, e che pertanto chiede di essere osservato con particolare attenzione, come un malato guaribile, cui soprattutto i farmaci ad effetto placebo danno giovamento e sollievo, perchè è nell’energia delle sue stesse risorse che va trovata la cura adeguata e la soluzione dei malesseri.
Quasi quattro anni di ricerche – nei Laboratori internazionali di strategie urbane e progetto de “Le città di Sibari” e dell’Opla – tuttora in pieno svolgimento – di incursioni, di proposte e di ragionamenti a più voci e più mani, attraverso scritti e proposte progettuali, strategie e prefigurazione di scenari possibili hanno confermato la complessa natura di questi luoghi.
Al di là del valore di tali occasioni di ricerca, dei progetti che seguono, e di quelli che li hanno preceduti, delle intuizioni e degli slanci teorici, vogliamo lasciar trapelare l’idea di una nuova volontà di fare urbanistica e progettare con i “materiali” peculiari che mettono a disposizione il paesaggio e il territorio della Calabria .
Una volontà emersa con chiarezza nel corso di queste faticose ma soddisfacenti esperienze, esplosa attraverso un significativo cambio di osservazione, di attitudine teorica, investigativa e di progetto, di nuovi criteri, di nuovi sguardi che sono frutto di una rete complessa di atteggiamenti culturali condivisi in un ambito geografico – europeo/internazionale – molto ampio.
Più coerente proprio per la diversità delle linee di ricerca che non per l’adesione a schemi e concetti predefiniti, a teorie consolidate, a dogmatismi disciplinari. O, anche, per la necessità di doversi misurare con scenari instabili, indefinibili secondo criteri di classificazione consolidati, o per la volontà di trovarsi a far fronte con azioni rapide a situazioni imprevedibili e lontane dalla logica della pianificazione e del progetto tradizionali, dei vecchi problemi, delle vecchie soluzioni.
“Non si tratta, come entomologi, di classificare specie o tipi in categorie chiuse; si tratta, come esploratori, di percorrere territori ancora recenti, emergenti e selvaggi, a volte attraverso la curiosità intuitiva, altre volte attraverso la posizione intellettuale o con la strategia programmatica” (Manuel Gausa)
“Le città di Sibari, prove di sviluppo” Laboratorio Internazionale di Strategie Urbane e Progetto (avviato nel 2000) e l’Opla, Osservatorio Paesaggio Laboratorio (istituito nel 2002), nascono con questa precisa identità e con una chiara volontà: portare fuori, far emergere, in Italia, un gruppo di persone e un grappolo di idee che lavorano su temi analoghi, con approcci diversi, ma intenti comuni, e farli misurare con problemi di contesti particolari, difficili e con metodi non convenzionali.
L’ambizione iniziale era giungere, sia pure con qualche inevitabile compromesso di transito, e dopo un certo periodo, a tenere insieme i differenti, ma coincidenti, profili del progetto (dal piano all’architettura) convinti che in questa unità -insieme alla pluridisciplinarietà – può trovare soluzione anche la definizione di strumenti per i paesaggi complessi, come sono in particolare quelli delle zone del meridione.
Ciò attraverso lo sguardo di una logica strategica ampia e dinamica, e non più del semplice e schematico modello di consueta interpretazione della realtà – quella che cambia davanti ai nostri occhi mentre la stiamo disegnando.
Le ricerche, le mappe strategiche, gli atlanti – cartografici e fotografici – le proposte di ridisegno urbano e le soluzioni architettoniche hanno costruito “sguardi incrociati”, definito azioni critiche, intercettato sensibilità delle condizioni locali e della loro, a volte, eterogeneità, assunto contraddizioni come elementi non da escludere a priori, ma come pezzi di un processo in atto, valutato le risorse in campo e le diverse economie, i distretti avanzati e i settori arretrati, le stratificazioni come differenti layers, per giungere non a risposte univoche ma a porsi altri interrogativi e suggerire molteplici vie d’uscita usando il progetto come strumento di comunicazione di un processo aperto e in divenire.
Molto hanno potuto – in questo quadro d’azioni – le nuove tecnologie e l’apporto dell’informatica, il cui uso ha sempre più consentito la definizione di un “format” comune, attraverso il quale esprimere e condividere le nuove idee, metodi, azioni non solo tra i progettisti, ma anche tra i fruitori.
Il progetto è indagine e tanto più complessa è la stratificazione dei paesaggi, la composizione dei territori, la natura dei contesti, tanto più affascinante e profonda è l’indagine che ne scaturisce, tanto più ricca e articolata, variabile, aperta, e altrettanto complessa, potrà essere la risposta progettuale.

Sul paesaggio come paradigma della complessità, scrive Paola Gregory: “La natura composita, stratificata, instabile dei contesti urbani e territoriali e il mutato rapporto tra individuo e spazio, sempre più orientato verso una condizione visiva – percettiva e mentale – dominata dalla sovraesposizione e mobilizzazione della propria esperienza, individuano oggi nello spazio del progetto un luogo privilegiato di sperimentazione delle modalità dello sguardo, dove la rivalutazione della componente soggettiva diviene espressione di una nuova aderenza alla complessità della realtà”.
In questa direzione molte ricerche in corso, sui paesaggi e i territori complessi, sul progetto e le strategie per comprenderli e trasformarli, delineano un vero e proprio nuovo orizzonte – forse non molto “disciplinare” nel senso tradizionale – una nuova cultura, con nuove “parole d’ordine” che producono una profonda diversificazione tra i metodi in uso, uno spiazzamento che propone una forte e accelerata differenza.
In realtà, ormai da un numero di anni recenti ma significativi, il paesaggio è usato come “lente” e la disciplina paesaggistica – forte della riscoperta – fornisce nuovi strumenti di lettura e interpretazione dei fenomeni urbani, propone nuove visioni, nuove relazioni e connessioni tra l’urbanistica e l’architettura. Forse possiamo dire – seppure in forma sintetica – che un primo vero dialogo tra le due principali discipline, oggi è frutto delle connessioni rintracciabili in una sequenza che vede il progetto urbano come luogo di confronto e scambio alle diverse scale, strumento strategico e progettuale, che contiene al suo interno un punto di passaggio obbligatorio nella lettura e progetto del paesaggio come elementi necessari alla sua completezza.
“Un paesaggio urbano sempre più colorato di verde… I vegetables byte vengono disseminati, o semplicemente riscoperti e riconosciuti, nel paesaggio urbano esistente o in quello futuro. La molteplicità delle situazioni porta a considerare il verde in maniera più complessa e articolata…Nel concetto di verde compaiono, infatti, considerazioni di carattere ecologico, bioclimatico, agricolo.” (Mirko Zardini)
Sibari, il suo territorio e le città che lo compongono, i differenti paesaggi che ne definiscono la fisionomia, all’interno dell’ampio contesto calabrese e meridionale, rappresenta uno scenario particolare per misurare l’efficacia del processo strategico e delle sue applicazioni progettuali in paesaggi complessi. Molte delle proposte elaborate in questi anni, hanno avuto il grado di maturità e coerenza indispensabili e basilari per poter essere assunte come occasioni di trasformazione e progetti percorribili fino alla realizzazione, la formula della strategia programmatica – da noi portata avanti – è l’unica che si è rivelata capace di individuare percorsi possibili ed esiti positivi in quest’area. La coerenza di questi studi – che proseguono e si approfondicono nell’Opla – si scontra spesso con una incapacità delle collettività locali di guardare oltre il quotidiano e il necessario, ma è impossibile non prefigurare il cambiamento che preme e si fa strada malgrado ciò. “Se vogliamo veramente risolvere i grossi problemi del mezzogiorno, bisogna avere il coraggio di ripassare dalla seria coscienza della realtà alla ricerca di soluzioni che, a tutta prima, possono sembrare utopistiche e forse lo sono”, così scriveva – ormai diversi anni fa – Manlio Rossi Doria, ma questa sua affermazione è tanto attuale quanto scorcentante per la sua – tuttora – odierna efficacia.
Sibari e i suoi centri si avviano a costituire oggi una “Multicittà”, saltato il tradizionale rapporto città-campagna, è l’infrastruttura che determina le nuove relazioni nella rete delle città della Piana.
Il cuore di questa trama diffusa e adagiata tra la pianura e la collina è ancora – malgrado il mancato riconoscimento – il sito dell’antica Sibari-Thury, è la traccia e la memoria dove si sovrappongono storia e contemporaneità, il luogo centrale geografico e culturale, simbolico e fisico della futura città continua della Piana. Un privilegio, ma un privilegio poco compreso e perseguito, neanche più come efficace landamrk.
Una traccia fisica, un disegno urbano, una idea di piano e di città quelli di Thury, che indicano un modello da riscoprire e che trovano originalità anche e soprattutto nel rapporto con il suolo, nella adesione alla morfologia e nella esaltazione del principio che l’edificio e la città che esso compone, nel suo insieme, sono parte di questo suolo e non estranei ad esso. Il fondersi non contrastante tra natura e artificio indica – nelle trame di una riconoscibilità ancora oggi evidente malgrado la storia remota e il tempo trascorso – che la “scienza e progetto di suolo” sono gli strumenti per sottrarre, in un paesaggio dove oggi prevale la confusione e l’irriconoscibilità, e semmai per aggiungere ancora, ma lavorando proprio sulle superfici, sulle trame, sulle sovrapposizioni, dunque sugli sfondi e non solo sulle figure.
“La dinamica è ancora riservata agli edifici, mentre lo spazio tra di essi, pur non essendo vuoto, rimane il campo di battaglia passivo in cui si scontrano le forze antagonistiche del nucleo centrale e del contorno. Il passo successivo nella teoria del rapporto figura-sfondo consiste nel riconoscere lo sfondo come generatore attivo di energia visiva che controbilancia le forze delle figure e quindi assume un ruolo positivo. Per la sua capacità formativa, lo sfondo ha una responsabilità nella formazione della “figura”. Ora anche lo sfondo diviene una figura.” (R.Arnheim)
Da alcuni anni un numero sempre più folto di studiosi di discipline della città, del progetto urbano, e anche dell’architettura (nelle Scuole di Venezia e Pescara in particolare), si occupano di tradurre molte delle intuizioni che ruotano intorno a questo tipo di ricerche con esiti affascinanti e a tratti imprevedibili perchè in progress, ma in grado di anticipare futuri percorsi di applicazione e scenari inesplorati nel vasto scenario dal paesaggio alla città, all’edificio.
Tra questi ricercatori, da tempo, per l’Europa si muove coerentemente – pur nell’autonomia delle singole ricerche- un gruppo che potremmo definire “inquieto”- prendendo a prestito il significato più denso che di questo termine traduce Tabucchi dal “Libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa – per il modo originale, sensibile, per la maniera insolita e costante con cui persegue incessantemente lo studio, la ricerca – a tratti quasi ossessiva – la sperimentazione, l’indagine delle modificazioni della contemporaneità e la applica al progetto, alle diverse scale, rendendola parte integrante di ogni ragionamento. Un atteggiamento – culturale principalmente – che fa la differenza tra le diverse soluzioni, tra gli approcci ai temi attuali e gli esiti.