Roma, capitale incompiuta del Bel Paese mancato

Editoriale, da una collezione di schegge

“… è mezzogiorno, e Roma adesso lo sa. Regna un sole bellissimo, estivo. Pochi spettatori applaudono allo sparo. Svanito il rimbombo del cannone, ecco remota, diegetica, soave, una musica sacra. Appare l’imponente statua di Garibaldi sulla sommità del Gianicolo. Alla base della scultura, un reduce fissa la scritta scolpita: “Roma o morte”… Un giapponese sulla cinquantina si stacca dal gruppo. Richiamato da qualcosa di più interessante, si allontana. Attraversa la strada lentamente, si avvia verso la balaustra che da sulla città… Il giapponese arriva al parapetto e noi con lui, rivelandoci come in un sogno vero, di sotto, in tutta la sua straripante bellezza: Roma… Il giapponese, di fronte a questo panorama straordinario, ha gli occhi illuminati dalla bellezza. Afferra la sua Canon ultratecnologica e prende a scattare come un forsennato. Ma poi si ferma, lascia cadere la Canon che gli pende come un diapason sulla pancia. Si porta una mano al petto. Suda e sbianca. Sposta la mano sotto l’ascella. Gli occhi se ne vanno all’insù. Si chiama infarto. Cade a terra. Davanti a Roma…”(Sorrentino-Contarello, La grande bellezza)

Sono stato per un periodo romano di adozione, ho vissuto per diversi anni nella città eterna (?) e direi che sono quasi contento di non esserne più abitante stabile, se non per la sola mancanza di alcuni luoghi e dei cieli infiniti che solo questa città riesce ancora a regalare a chi sa scrutarli, in alcune stupende occasioni. Ora, tutte le volte che transito dalla capitale, devo confermare con estrema sincerità e con lo sguardo e il disincanto di chi si occupa dei “mali” della città, che trovo Roma sempre più deteriorata, sempre più pericolosamente alla deriva, un pò in tutte le sue complesse direzioni.
R.E.D.S., e questo numero di “monograph.it.research”, mi hanno offerto l’occasione per la riflessione di apertura -insieme alla altre che riempiono la pubblicazione- del Simposio che ospita ricercatori e studiosi dei fenomeni del progetto alle sue scale differenti, soprattutto con uno sguardo attento ai temi delle città.
Dunque, quelle che seguono sono schegge che ho collezionato e seguo, in un puzzle scomposto e ricomposto, fatto d’istantanee urbane e sociali, relazionali, estetiche. Sono pezzi di ricerche, di alcuni anni fa e recenti, ma anche di lunghe riflessioni, durate anni, di letture tra le più varie, di un volume fatto da giovane ricercatore con l’editore Savelli, “Roma, come fare una capitale e disfare una città”, che si ricompongono in un universo di segni che Roma racchiude, in forma paradigmatica, come capitale di un paese anomalo, sotto diversi profili, incluso quello della progettazione. Sono schegge in cui rientrano tutte le mai nascoste “passioni” –non solo mie, ma di un’intera generazione- per la complessa, “terrificante bellezza della metropoli del XX secolo” con tutte le sue distorsioni e le sue odierne, disperate contraddizioni. Argomento di studio e dibattito, di scritti e progetti per molti anni e, ancora oggi, per Roma come per altre città, di ri-pensamento di un modo di leggere, avvicinarsi, affrontare il tema del progetto che riguarda la trasformazione urbana.
Le schegge sono fatte di tanti frammenti che ho raccolto e che raccolgo tuttora da viaggiatore, osservatore acuto, ricercatore, curioso lettore, ogni qual volta passo da Roma e in altre capitali europee, con le quali spesso il paragone -tra le loro qualità ed efficienza e quelle della nostra capitale- è improponibile.
Un distacco ormai irraggiungibile tra Roma -capitale del Bel Paese che fu- oggi una città provinciale, e le altre vere grandi capitali, città europee: Parigi, Madrid, Berlino, Stoccolma, Helsinky, Barcellona, Londra, tra le altre, sempre ai vertici della qualità della vita nell’originale classifica della rivista Monocle, graduatoria dentro la quale Roma non compare mai da anni.
Così la capitale del Bel Paese mancato, ha oggi la politica, i ministeri, la macchina della burocrazia e delle sue disseminate sedi, che contribuiscono, come mille rivoli, alla confusione quotidiana del traffico e all’uso distorto della città e dei suoi luoghi. Negli anni del dopoguerra, in virtù di una dislocazione geo-economica -già da tempo scritta nel nostro Dna nazionale- dei territori italiani, mentre al nord, tra la Lombardia, il novarese, la Brianza, il Piemonte, e la Olivetti di Ivrea, l’industria, il design, producono il seme buono del miracolo italiano, Roma coltiva il suo limitato sogno di centro del potere e di ripiego e rendita, di luogo del turismo della italica storia.
Un sogno che negli stessi anni in cui la moda, il design, l’architettura e l’industria andavano di pari passo a Milano, in tutto il nord, varcando i confini nazionali, a Roma si produceva “il miracolo” delle palazzine che invadono la periferia, che divorano ettari di campagna, che producono l’industria dell’edilizia spontanea delle innumerevoli borgate, mescolando legalità –apparente- spontaneità e abuso in un modello di crescita anomalo e perennemente precario, che farà di Roma la mancata città capitale, moderna, di un paese moderno(!). Finivano infatti nel vuoto o raccolti da una ristretta cerchia di personalità, gli appelli di Cederna, di Insolera, di Benevolo sul “sacco di Roma”, perché la logica, nazionale e non solo romana, cemento+case+città che cresce=sviluppo economico, era quella adottata e sostenuta da tutta la politica italiana, locale-nazionale e destra e sinistra in questo non facevano alcuna differenza, salvo pochi illuminati casi.
Del resto Roma da anni e anni, e ancora oggi, ha una serie di cantieri infiniti, per costruire pezzi incompleti di una metropolitana precaria e a singhiozzo, che incrocia ruderi e reperti archeologici e che sarebbe potuto essere, al contrario, il vero investimento di modernizzazione da sostenere nei diversi momenti di possibile sviluppo. Ma che veniva, e viene, dopo lo statalismo e le sue esigenze immobiliariste di superficie piuttosto che di sottosuolo.
E dopo il Giubileo del 2000, durante il quale si è potuto rimettere mano, con fondi straordinari, in particolare al sistema di spazi pubblici (dentro la città storica soprattutto) con programmi di una certa ambizione e con risultati a volte di un certo interesse, di nuovo, gli anni dopo, sull’eredità di questo evento il nulla ha ripreso il posto nella realtà urbanistica romana. Se non, tra le pieghe di un accesso dibattito tutto interno alle forze politiche (tra miopia e ignoranza dei veri problemi della dimensione urbana) la questione dell’ultimo PRG, affidato alla regia di Campos Venuti, con ottimi spunti e alcune interessanti sperimentazioni progettuali, ma vecchio e superato nell’impostazione simile a un grande, eterno e infinito piano che deve regolare tutto, mentre la città cambia rapidamente e segue divorando se stessa. E così, quella che sembrava essere l’unica e vera possibile industria di Roma, il turismo, è stata, nel tempo, impoverita dalla crescente caoticità che ha avvolto ogni singola parte di questa metropoli introversa, pregiudicando di fatto la costruzione di una grande area archeologica unitaria e un sistema di grandi contenitori espositivi tra centro e periferia, il recupero del Tevere, dei grandi parchi naturali urbani, di quelli agricoli a cintura della città con quello che resta della bellissima campagna romana.
Roma è dunque una città onnivora, che fagocita, nella ricomposizione delle schegge del mio puzzle, mi sono costruito questa idea, con una sensazione, da tempo confermata dai fatti, dal vissuto quotidiano: Roma città che divora, che riesce a divorare tutto, anche il meglio di se stessa, città che ha conservato i tratti somatici di una antica e straordinaria bellezza, ma mutilata da ferite profonde non credo ormai sanabili, inferte da se medesima.
Roma città che ha fagocitato da sempre il moderno e che ha rifiutato e continua a rifiutare il contemporaneo (il MAXXI è una straordinaria eccezione!) in qualsiasi forma esso si manifesti. Soprattutto parliamo di una città che ha un rapporto distorto con la modernità vera, sia essa l’efficienza, la qualità dei servizi, la qualità della mobilità, dello spazio urbano, dei luoghi della collettività, tutto ciò che per l’appunto fa di una città qualcosa di eccellente, di vivibile, di godibile.
Per questa serie di ferite profonde, insanabili -a volte reversibili se la politica si fosse svegliata e si risveglia ora, tornando ad occuparsi dei problemi veri, tra i quali quelli urbanistici e della qualità dell’architettura- Roma deve un risarcimento enorme all’ambiente e al suo territorio che in questi anni ha distrutto; al suo paesaggio eccezionale che ha letteralmente trasfigurato, un risarcimento mai avvenuto, e per il quale non si intravede una qualsiasi prospettiva di cambiamento. Persino l’ultimo piano regolatore, come ricordato in precedenza frutto di menti eccelse, è un piano che ha dentro di sé compromessi, confusioni, caos che non aiutano assolutamente a delineare una visione di futuro e un chiaro e netto atto di riequilibrio tra natura e costruito. Non c’è, non era prevista, non era nella cultura dei progettisti l’idea di un percorso che avesse al centro il progetto ecologico come elemento centrale intorno al quale ripensare l’intera città. Piuttosto quest’ultimo piano ancora si poneva (si pone) il problema di organizzare –senza dubbio nella forma più raffinata- la crescita. E in questo, l’altro grande elemento del puzzle, nelle sue ipotetiche ricomposizioni, risiede nella mancanza assoluta -a differenza di altre grandi capitali, di città europee- di un’idea di ciò che sarà nei prossimi vent’anni Roma.
Posso solo citare, ad esempio e raffronto, Parigi e il programma “Parigi 2030”, la stessa Berlino degli anni recenti, Amsterdam con i suoi intelligenti brani di progetti urbani tematici. Città in cui il coinvolgimento di gruppi di progettisti stranieri, locali e di una rete di consulenti, ha dato vita ad un lavoro atto a delineare lo scenario futuro, la visione per la città dei prossimi anni, per dare senso e valore, corpo all’idea di una capitale moderna.
A Roma tutto questo non accade e non sembra accadrà, e inspiegabilmente pur tra tante e differenti ricerche, interessanti, autenticamente credibili e fondate su esperienze continue, come quelle delle scuole di progettazione della capitale, non s’intravedono segnali di innovazione e spinte al futuro. Credo che da questo punto di vista la riflessione debba essere molto attenta, molto accurata perché il pericolo è che in qualche maniera l’implosione che Roma vive diventi una realtà cronica, quotidiana alla quale ci si abitua e che rischia di contaminare un’intera nazione, come nei fatti e per molti versi, già avvenuto. Ci si abitua appunto al traffico, all’inefficienza, alla disorganizzazione, alla nevrosi, a tutto quello che in fondo una città che non ha qualità urbane e qualità umane, trasmette a chi la vive e a chi la usa.
Credo che il futuro di questa città sia effettivamente in equilibrio precario e in un momento di transizione; un momento in cui per altro Roma rispecchia il disagio e l’incertezza di un intero paese, così come da sempre, in un dannato gioco di riflessi negativi, il paese rispecchia il disagio di Roma. E’ sempre stato così e sarà così, probabilmente la capitale è la cartina di tornasole di un’intera nazione. E in un momento così delicato, difficile e importante, o c’è uno scatto di reni, collettivo, che coinvolge tutti, non solo gli architetti, i ricercatori, ma tutti gli attori di questa città, e non solo, coloro che tengono a cuore le sorti di quella parte che ancora può rappresentare la bellezza, l’interessante, l’affascinante, unico, di una città che il mondo ancora ci invidia. Credo che senza questo afflato corale e senza uno slancio che arrivi dalla ricerca e dal mondo della produzione al contempo, probabilmente non vi sarà nessun rimedio. L’idea di questo numero di “monograph.it.research” che raccoglie materiali per Roma, intorno all’Ecological Design, inteso come approccio innovativo per la stagione dei progetti sensibili al paesaggio, al naturale e ambientale, che propone uno sguardo ampio a partire dai quattro macro temi “open scale, open sources, open space, open system” è anche il segnale di un risveglio della ricerca urbanistica e progettuale italiana, a confronto con quella internazionale, che chiede caparbiamente e con ostinazione di contare di più e incidere sulle scelte di costruzione di un nuovo futuro urbano.
E’ il piccolo seme di una possibile grande ricerca internazionale che chiami a Roma altri studiosi, invitandoli al confronto sui temi delle città, lasciando ricadute positive sul lavoro di quanti si occuperanno di tradurre in azioni questo enorme e prezioso materiale: giovani ricercatori, docenti, architetti, progettisti, esperti di fama internazionale al capezzale di Roma e delle città “malate”. Credo che questa sia una formula per provare a cambiare registro e immaginare una visione di futuro più intelligente, che questo numero internazionale di monograph (il primo di una serie) contiene, un numero che illustra tante ricerche e tante posizioni, come in un prezioso scrigno che attende di essere svelato, condiviso, diffuso.

I riferimenti nel testo, le riflessioni e le “schegge” del mosaico in parte ricomposto, provengono soprattutto dalla lettura dei libri, dei film, dei documenti, di seguito elencati:

1. Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, La grande Bellezza; Skira;
2. Italo Insolera, Roma moderna, Einaudi;
3. Antonio Cederna, Articoli e saggi su Roma (archivio.eddyburg.it/);
4. Alessandro Baricco, i Barbari, saggio sulla mutazione; Fandango;
5. John Cheever, Il rumore della pioggia a Roma; Fandango;
6. Paolo Pisanelli, Roma, A.D. 999, Fandango, Roma;
7. Massimo Birindelli, Pino Scaglione, Patrizia Leone, Roma, come fare una capitale e disfare una città; Savelli, 1985;
8. Nanni Moretti, Caro Diario; film produzione Sacher Film, 1993;
9. Federico Fellini, Roma, Ultra Film, 1972;
10. Paolo Sorrentino, La grande Bellezza, film produzione Cima/Giuliano, 2013;
11. Massimiliano Fuksas, Il bel paese mancato; Rai Storia, luglio 2013;
12. Maurizio Marcelloni, Pensare la città contemporanea, il nuovo Piano Regolatore di Roma, Laterza;
13. La grand Paris 2030, as post Kyoto Metropolis, www.worldchanging.com;
14. Urban Progress Design-Amsterdam Urban Regeneration, www.urbanprogress.com;
15. Alberto Clementi, Mosè Ricci, Progetto Urbano, Meltemi;
16. Leonardo Benevolo, La fine della città, a cura di Francesco Erbani, Laterza, Roma/Bari;
17. LSD/Landscape Sensitive Design, monograph.it, n.2, List Lab, Barcellona/Trento;
18. Rem Khoolhaas, The terrifying Beauty of the Twentieth Century City, in SMLXL, New York/Rotterdam;
19. Monocle/Global Briefing, international magazine, Monocle edition, media company, London;
20. Lars Lerup, After the City, MIT press, Boston;
21. Lars Lerup, Toxic ecology, in Everything Must Move, Rice University School of Architecture press;