Spaccati di paesaggio italiano

I treni sono da poco nuovi, i veloci “Eurostar Italia”. Lanciati a forte andatura tra campagne e città percorrono quotidianamente su e giu tutta la penisola italiana.

Nelle carrozze disegnate da Giugiaro o Pininfarina, firme dell’italian style, la gente si raggruppa seduta su comode poltrone e, a proprio agio, prendendo confidenza con il vicino di viaggio, comincia a intessere dialoghi, altrove impossibili, interminabili se non alla fine del viaggio. Squillano i telefonini attraverso i quali comunicare ora e luogo di arrivo, cosa si desidera mangiare, tediose conversazioni di lavoro, delle quali, malgrado la totale estraneità, dopo un pò sappiamo tutto!
Le gallerie accendono le luci della carrozza e spengono il paesaggio esterno, che continua nella nostra immaginazione…
Veloci, a destra e sinistra, scorrono immagini.
Sono spaccati di un paesaggio in perenne mutazione e lenta trasformazione, un paesaggio che cambia con il variare della geografia, che contiene segni arcaici e ferite recenti. Insieme, senza clamore e con la forza che solo questo elemento può avere, accoglie tutte le spinte e le contraddizioni dell’Italia.
“Pronto, ciao sono in treno, arrivo alle 17, tu dove sei?…a più tardi”.
In alto, a sinistra del finestrino, disteso su una collina, un vecchio centro abitato sembra immobile e disabitato, a destra campi coltivati a perdita d’occhio e sullo sfondo, ai due lati, le montagne dell’Appennino, il lungo “cordone ombelicale” che lega il nord al sud, sbarrando vie e percorsi, presentandosi a tratti nudo e brullo a tratti ricco di una vegetazione, tipicamente mediterranea, che fa pensare ad una sistematica e pervicace opera di continua piantumazione nel corso di secoli ed epoche.
Paesaggi più volte dipinti, fino a tutto l’ottocento da Gacinto Gigante, Francesco Paolo Michetti, Pellizza da Volpedo, e poi sconvolti, agli inizi del ‘900, dalle avanguardie futuriste, dai Balla, dai Boccioni, ancora rivisitati dalla lucida visionarietà di De Chirico e dai silenzi urbani di Sironi, infine resi acidi e astratti dalla furiose pennellate di Schifano e inquieti e onirici dalle miniature macroscopiche del novello Giotto dei nostri tempi, Enzo Cucchi.
Il mare, estensione liquida e azzurra delle terre, fa capolino, scendendo al sud, verso Formia; luoghi questi, visti dal treno, anch’essi immobili e che fanno immaginare, in un sogno ad occhi aperti che i Borboni sono ancora sicuri e fermi, più avanti, nella contigua fortezza di Gaeta.
Le case, i centri abitati. Tante case, tanti centri, sparsi, concentrati, diffusi tra piana, collina e montagna.
Le case italiane di oggi, di conseguenza le città, sono il prodotto di una totale dilagante mancanza di cultura dell’abitare e dell’insediarsi. Edifici incompleti, città irrisolte, metropoli dense e spontanee.
Nel corso del viaggio si colgono i contrasti e si comprendono le differenze. La storia, la memoria collettiva è sulle alture, rimasta a incrostare i muri di vecchi edifici e rinnovare perennemente quel senso nostrano di nostalgia che ci prende in visita ad un qualsiasi luogo erto di ruderi o antiche mura, l’economia è nelle valli, dove passano ferrovie, autostrade, supestrade, si addensano le fabbriche e le stazioni ferroviarie, i nuovi e grandi mall commerciali, e intorno cui si concentrano i nuovi “non luoghi” del paesaggio urbano d’Italia: tutti uguali, senza soluzione di continuità da nord a sud e viceversa.
“Ciao Ciro, non ti sento, è disturbata la linea!…”
Scheletri di cemento armato in aumento, in perenne attesa di un vestito definitivo, segnalano l’avvicinarsi verso Napoli; una piccola stazione ferroviaria di sapore razionalista resiste all’attacco furioso della densificazione edilizia e mostra, orgogliosa, il progetto e il senso del decoro che l’hanno resa, prima e ora, malgrado il tempo, diversamente elegante rispetto al contesto.
Tralicci dell’alta tensione e poi ancora un dilagare di case…galleria che interrompe la desolante visione, poi all’improvviso di nuovo la bella campagna, poi ancora dilagare di case e un’autostrada che finisce contro un muro: misteri ancestrali dell’italico sviluppo .
Primo piano: distesa di case degradanti verso il mare, controcampo: Procida bella e isolata nel breve tratto di mare di fronte a Pozzuoli.
Ora il treno si incunea tra gli alti palazzi di Napoli, la metropoli del sud con i segni più evidenti di quelle “mani sulla città” italiana magistralmente raccontate da Rosi nel suo film. Edifici che mostrano la loro parte non finita alla ferrovia – da sempre considerata un corpo estraneo, una cesura nel tessuto urbano – un retro, nascosto o da nascondere, e dei quali si intuisce una faccia più decorosa verso la strada della città, che prosegue oltre i binari nel magma confuso e frenetico della quotidianiatà partenopea.
Cosa hanno in comune queste drammatiche esperienze urbane con il depauperarsi progressivo e continuo del senso estetico degli italiani? Senza alcun dubbio la perdita di valori collettivi un tempo rintracciabili nel decoro, nell’identità dello spazio pubblico, nel valore della bellezza oltre che della sola funzione abitativa. Cosa è accaduto al Bel Paese, oggi non più solo tale, ma denso di tante brutte cose?
La città, più ampiamente il paesaggio, sono lo specchio fedele di rapidi, incontrollabili mutamenti sociali, avvenuti nell’arco di almeno mezzo secolo e talmente profondi da imprimere un nuovo carattere all’Italia e, di conseguenza, agli italiani. Mutazioni dunque, spontanee, e non trasformazioni pensate e programmate con intelligenza e lungimiranza. Autogoverno del territorio dice qualcuno, modificazioni senza cambiamento reale, aggiungo.
A destra una distesa di mandorli in fiore stempera il verde fitto della montagna, ridà fiato alla natura e propone una vista più armonica delle case circostanti; molte, troppe…
Ma quanto abitano gli italiani? Tanto…tanto quanto mangiano li dove abitano, tanto quanto si muovono in una automobile per ogni persona -circa-, tanto quanto producono rifiuti, tanto quanto costruiscono dentro e distruggono fuori.
Abitano con tale intensità e densità che ogni nucleo familiare, in media di quattro persone, ha una casa o un appartamento a testa, dove vive prima o poi, solo, in compagnia…in condominio, isolato.
Abitano, nella maggioranza dei casi, con tale scarso senso del gusto che le case contemporanee sono piene, traboccanti di oggetti, superflui e inutili, barocchi, rococò, neoclassici e per niente, appunto, contemporanei.
Si ! Gli italiani vivono male la loro contemporaneità, la trascurano e la umiliano, più che altro la rifiutano perchè irretiti, nella incapacità di creare valori nuovi, dal permanere del fascino dell’antico che mistifica il senso della realtà rendendo tutto più accettabile perchè ormai storicizzato: il salotto falso Lugi XV, la sedia finto Savonarola, la cucina del “far west”, il bagno con le maioliche della Biagiotti o di Versace che fanno tanto neorinascimento, e via di seguito nel delirio di reminiscenze e ricordi, tutti rigorosamente finti e fittizi. Ma guai a sottrargli la Tv, la parabola, il decoder, ora anche il computer e Internet, l’automobile con navigatore di bordo, lavatrici che parlano, frigoferi che vomitano ghiaccio, forni che si puliscono da soli…Il cellulare…
Del resto la casa è un bene rifugio, una necessità – come il cibo -, in casa gli italiani vivono, amano, odiano, si infuriano, si commuovono in gruppo di fronte a “Carramba” o cantando a squarciagola durante il festival di Sanremo, si esaltano e si deprimono seguendo le gesta “pedatorie” della nazionale di calcio o della squadra del cuore…e se non ci fossero le case, le anonime nuove case italiane, tutto questo non avrebbe ragione di esistere.
Nord e sud in questo sono assolutamente uguali, Bossi in ciò troverebbe l’unità della Lega, ma per lui è difficile riflettere su un aspetto così evidente.
Non è invece più necessaria la bellezza della città, la sua organizzazione efficiente, il suo completamento attraverso l’architettura di qualità.
L’architettura quella vera, quella contemporanea – perchè di quella storica ve ne è tanta, troppa forse- quella che emoziona, si tratti di una casa o una scuola, non ha ragione di esistere in Italia e gli architetti sono, perlopiù, sempre in attesa di una grande occasione come quelle che hanno resi famosi i cugini francesi o spagnoli o gli olandesi, che però non arriva mai se non ad una certa età e in condizioni sempre un pò ambigue. Mai per prestigio, per doti e merito, per vittoria di un concorso pubblico non truccato, sempre perchè c’è un amico o qualcuno che ti segnala, o per una fortunata coincidenza.
“Palumbo, materiali da costruzione”, recita un grande cartello, e la mente corre ai numerosi, anonimi cantieri in corso e che ancora stanno per invadere i nostri paesaggi urbani e rurali, continuando a diffondere altre case tra il piano e il colle.
Più giù, verso le coste calabresi e siciliane, l’affollarsi di costruzioni fa subito balzare alla mente la sconfitta del pubblico a favore del privato: il continuum edilizio non deve essere scambiato per sintomo di benessere economico, al contrario, si tratta del risultato più evidente del malessere dilagante che investe nel “mattone”, regolare o spontaneo poco importa, le poche risorse disponibili. Risorse di suolo, sottratte alla collettività o peggio alla campagna, e finanziarie minime, in gran parte frutto di rimesse e risparmi.
Al fondo di questa Italia così contrastante e precaria, all’estremo sud, là dove l’autostrada si conclude miseramente tra le case popolari, il paradigma, la sintesi di queste contraddizioni sembra essere rappresentata e riassunta da Reggio Calabria, una città che, nell’appendice estrema della penisola, forse detiene il primato negativo di problemi, di degrado, di confusione urbana e caos edilizio.
Quello che risulta evidente a chi osserva con attenzione il disvelarsi dei differenti scenari, è che i segni del nuovo, in questa lunga sequenza di paesaggio, sono tanti e affastellati, ma mai di qualità, mai eccellenti, se non in poche e significative eccezioni.

“Roma ladrona!”
L’urlo del Senatur, nelle sue affollate adunanze a Pontida, echeggia nelle stanze del potere romano, serpeggia per le strade, si insinua nella mente dei romani, mollemente adagiati al banco del bar a degustare un caffè o il mitico “cappuccio”.
La capitale è cambiata molto in questi anni, pur rimanendo sempre la stessa, ha cambiato il passo dei suoi tempi verso la dimensione di metropoli europea, ha accelerato la corsa verso una immagine più

“Pronto, pronto, sto per arrivare in stazione. Alle otto sono a casa, ho voglia di due spaghetti, poi stasera c’è Incantesimo”…

(durante un viaggio verso Roma e poi la Calabria)